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L'Adige, lunedì 13 maggio 2013
Rafforzate le basi dell'autonomia
In molti interventi, peraltro molto interessanti e di qualità come quello pubblicato sabato a firma di Paolo Pombeni, è possibile scorgere, magari solo in filigrana, un assunto che non posso condividere: fino ad ora la Provincia avrebbe dato «tutto a tutti», ma ora sarebbe giunto il tempo delle scelte e da qui dovrebbe partire una fase politica ispirata al principio della necessaria discontinuità.
Non posso condividere questa valutazione, per ragioni che riguardano l'impegno mio e della coalizione che spero possa ancora essere punto di riferimento per la comunità trentina, ma soprattutto per rispetto dei dati di fatto.
È vero che nel periodo 1999/2012 la Provincia ha potuto disporre di flussi finanziari certamente cospicui e in proporzione maggiori di quelli che saranno disponibili nel prossimo quindicennio: questo si deve a due fattori ampiamente previsti e coerenti con il processo storico in atto.
La revisione del Titolo VI dello Statuto di Autonomia (Accordo di Milano) e la politica di riordino europeo e nazionale della finanza pubblica (contenimento del debito rispetto al Pil).
La revisione del Titolo VI dello Statuto è stata consapevolmente scelta per arginare i possibili effetti devastanti della Legge 42 (Federalismo fiscale) sulla nostra finanza: si è concordato un compromesso consistente nella assunzione da parte della Provincia di nuove attività (Università e ammortizzatori sociali) a carico del proprio bilancio e dunque a sgravio di quello statale.
Il riordino della finanza pubblica costituisce obbiettivo europeo, connesso con la crisi fiscale degli stati nazionali e si traduce in vincoli valevoli per tutti, noi compresi; va detto peraltro che, da questo punto di vista, l'introduzione dell'obbligo del pareggio del bilancio statale entro il 2013 e l'attuazione del nuovo articolo 81 della Costituzione (a riguardo della limitazione del debito) non hanno comportato e non comporteranno problemi particolari per una amministrazione da sempre virtuosa come quella della Provincia Autonoma di Trento.
Siamo dunque in presenza non certo di un fenomeno improvviso che può creare scompiglio o panico, ma di processi ampiamente previsti, indicati e declinati nelle relazioni al bilancio provinciale degli ultimi quattro o cinque anni e dai quali l'Amministrazione è partita per predisporre strumenti e politiche idonei a far fronte al nuovo scenario.
Lo strumento principale è stato proprio l'Accordo di Milano del 2009, nel quale siamo riusciti a far inserire la conferma della nostra quota di compartecipazione a «tutti i gettiti» riscossi e maturati sul territorio; la garanzia della corresponsione dei crediti arretrati (quasi quattro miliardi di euro che sosterranno i nostri bilanci nella fase di transizione fino al 2017) e la possibilità per le Provincie Autonome di disporre di forme più ampie di autonomia nel campo fiscale e tributario. Ora, come noto, questi strumenti devono essere da un lato specificati (delega per le Agenzie fiscali, ad esempio) e dall'altro adeguati al nuovo scenario costituzionale; per questo spero partirà a brevissimo il confronto tra le due Provincie e il Governo sulla base del documento presentato a Roma ancora l'anno scorso. Lo sbocco di questo confronto, non facile ma inevitabile, dovranno essere un nuovo Accordo che adegui il Titolo VI dello Statuto (come fatto a Milano nel 2009) e una nuova Norma di Attuazione in materia di rapporti finanziari .
Quanto alle politiche intraprese proprio di fronte a questi processi finanziari ampiamente previsti (al di la delle forzature di Roma che in qualche caso ha esasperato le cose provocando giustamente la nostra dura reazione) vorrei qui ricordare la costituzione delle società di sistema (senza le quali avremmo avuto grossi guai nella gestione finanziaria); il Piano di Miglioramento della Pubblica Amministrazione trentina (che ci porterà a risparmiare non meno di 120 milioni di euro l'anno, cioè il 10 per cento delle spese di gestione e struttura); il riordino delle misure di incentivo alle imprese secondo una logica di selettività e di trasversalità; la creazione di strumenti finanziari misti pubblico-privato per sostenere grandi progetti di sviluppo e programmi imprenditoriali con forte impatto sulla produzione di valore (il famoso fondo strategico territoriale che dovrebbe mobilitare - speriamo presto - anche i 500 milioni di avanzo di amministrazione della Regione, stanziati nell'ultima finanziaria dopo una incomprensibile battaglia con opposizioni e parti di maggioranza, assieme a risorse del mondo finanziario locale). Potrei andare avanti, ma devo ricordarmi che non sono più Presidente della Provincia e devo parlare di queste questioni con doverosa parsimonia.
Risulta chiaro quindi che la Provincia ha già deciso e avviato quanto necessario per far fronte al nuovo quadro finanziario: riduzione di spesa attraverso il miglioramento dell'Amministrazione; attivazione di nuovi strumenti di autonomia fiscale e tributaria; misure di stimolo e accompagnamento delle imprese per la creazione di valore e il sostegno ai flussi di gettito.
Dal buon esito di queste misure già impostate (oltre naturalmente che dall'andamento del ciclo economico generale e dalla qualità della trattativa prima citata con lo Stato) dipenderà la cifra della riduzione dei Bilanci della Provincia dal 2017 in poi. Posso comunque dire che - a mio parere - le cifre che sono state evocate nel dibattito pubblico di questi mesi sono del tutto sproporzionate. Potrebbero forse avvicinarsi al vero solo nel caso che il ciclo di recessione rimanesse costante anche nei prossimi cinque/sei anni: ma in questo caso subirebbe un cedimento strutturale l'intero sistema paese e si imporrebbero riflessioni di ben altra portata.
Da ultimo, vorrei riprendere un punto che mi sta particolarmente a cuore.
Pur con tutte le cautele (errori e sottovalutazioni sono all'ordine del giorno nella attività di governo in un periodo così lungo e complesso) mi sento di confutare l'idea che noi abbiamo potuto governare senza operare scelte.
Noi abbiamo governato con scelte precise, dicendo dei sì e dei no molto chiari e perseguendo un'idea di Trentino che non era «neutra» o modellata in ragione del consenso spicciolo pagato con un surplus di finanza pubblica.
Basta guardare alle polemiche di questi giorni. Quali sono i progetti dell'era Dellai (bontà loro) che si contestano? Ne cito alcuni: gli investimenti in Università e ricerca scientifica; la costruzione di un centro per il trattamento dei tumori mediante i protoni, visto come parte integrante di un nuovo ospedale altamente tecnologico e di formazione; la cablatura del Trentino attraverso la costruzione di una rete in fibra ottica che colleghi tutte le abitazioni e tutte le imprese da Trento al maso più sperduto; l'idea di copiare dagli austriaci e di investire più in ferrovie e meno in strade per i collegamenti esterni e interni (cos'è in fondo Metroland se non questo?); la costruzione di un Museo della Scienza come cuore di un nuovo polo di attrazione, complementare al Mart e come perno di una «città dei giovani» ancora tutta da pensare e progettare. Mi fermo qui: si tratta forse di progetti (condivisi o no) che fanno pensare alla ricerca di un consenso di «pronto consumo»? A me sembrano piuttosto idee, sogni, progetti che lasciano intravvedere una visione di lungo periodo, alternativa ad altre visioni magari oggi ritenute più concrete e spendibili.
Ma non so quanto lungimiranti.
Lorenzo Dellai
Già presidente della Provincia,
è capogruppo di «Scelta civica per l'Italia»
alla Camera dei Deputati
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